Esempio di testo in Alto Elfico Moderno (Vinyaquenya)
Seguo da molto il mondo dei Tolkieniani e mi farebbe piacere riuscire ad arricchirlo in qualche modo.
Riassumo la mia storia, spero di essere il più breve possibile: ho passato tutta la mia vita a studiare lingue, in particolare quelle antiche (a dodici anni leggevo i libri in Latino/Greco della biblioteca di mio padre), studiando nelle Università di Padova, Cork e Pavia. Avendo scoperto Tolkien a tredici anni, ho deciso di seguire le sue orme e durante il mio soggiorno in Irlanda ho anche frequentato un corso di Antico Inglese, lingua in cui mi piace parlare e scrivere.
Il mio progetto più importante però è nato quando avevo sedici anni ed è ancora in corso: una grammatica e un dizionario completi di Quenya Moderno, ossia una mia ricostruzione ragionata di come sarebbe l’Elfico se avesse continuato a evolversi (in Valinor) fino ai nostri giorni.
Ho trovato una chiave nel Quenya di Tolkien, una sorta di codice di costruzione non scritto che mi ha fatto intuire che da quella formula linguistica, quella in cui lui si era “imbattuto” viaggiando con l’immaginazione, era possibile trarre un linguaggio avanzatissimo, che superava in bellezza, ricchezza ed efficienza praticamente tutti gli idiomi che conosciamo ad oggi.
E così ho messo in atto un processo evolutivo simulato e, tramite questo espediente e molte altre cose, ho creato questo Quenya Moderno: il dizionario ha ormai più di 30.000 voci (quindi è una lingua utilizzabile), da quelle per chiamare cose antiche a quelle per le cose più moderne (come “Giornalismo”, “Cinematografia”, “Idrogeno” o “Gorgonzola”…).
Il mio intento sarebbe quello di renderlo pubblico e di far vedere la grandezza e la bellezza che si possono raggiungere usando la formula incontrata da Tolkien.
Un altro campo in cui mi sono specializzato è quello del riconoscimento e dello studio del legame fra gnosi (gnosi introspettiva non mistica o legata a culti) e Tolkien.
Avrete forse letto i Notion Club Papers e saprete probabilmente che Arundel Lowdham non era altro che un alter ego di Tolkien stesso, ed egli “trovava” pezzi di lingue antiche sostanzialmente attraverso la gnosi, da cui scaturivano delle “visioni” o intuizioni.
Ho iniziato a studiare tutto questo perché io stesso sono un Arundel Lowdham e perché ritengo che Tolkien volesse dirci che, sostanzialmente, era così che lui trovava le sue lingue e le sue storie.
Purtroppo questo è un argomento delicatissimo per un popolo spesso grossolano come gli Italiani e sono già stato preso in giro più volte per aver anche solo proposto che le due cose potessero essere collegate.
Ne parlo perlopiù nei Forum americani con gente che ha avuto delle esperienze gnostiche che possono provare che Tolkien non stava semplicemente “inventando” lingue plausibili e storie rimescolando elementi di ciò che già conosceva.
Non ritengo che in Italia siamo pronti ad affrontare l’argomento con serietà, ma sarei felice di sbagliarmi.
La grande domanda, in definitiva, è: il contributo che intendo dare, così simile a quello di altri, ma al tempo stesso così diverso, potrà far fare un passo avanti all’attuale mondo degli studi Tolkieniani?
Potrà, ancor prima, trovare senso in questo vasto ambiente dalle mille sfumature?
A voi naviganti l’ardua sentenza!
—
Traduzione Vinyaquenya del messaggio, versione aggiornata del 29/08/2025:
Hilin et anda ya marda Tolciendilion ar nin malíva quevë ratyat’ áltitas.
Mituhostyan i sirunya, selin sinta vena hanuma naië: terisirturyan i quilenya quanta lambi cuntien, satussë ya yarwar (rasta loanen centyanen i parmar Oporyanen/Hellenyanen i parmasamass’ atarenyo), cuntyat’ i Iluñolmassen Patuo, Corcëo ar Pavíyo. Tolcien nelcenë loanen etutupurië, eticilturyan hilyat’ i certantar, ar min Iverin ter i hoilenyassë at’ epelústen noru Yaru Ingúyo, lambë nin yannen quenië ar techtë malya.
I nanto aninga parunya yat’ aryanen encen onónië lavar, ar ata sí norussë nëa: óquanyë tengwessë quettarinyë Vinyalúmëa Quenyo, nai enta salyalen encastalenya or mo Eldarin nayeva nai nó i orelvanen epevorequeruryanë (Valinoressë).
Utuvuryan i Quenyassë Tolcienëo solma, sepu lá téchtuna queticëo castalëo yan mincovië nin atarurya sa et i catumbë sana lambeva, sana se entë tyérita mi-utuchturyanë ya símanen, otaharië hanuyanë enuptúlina lambelë, yan vanyassen, alussen ar eccarimen ambaratyanë natucevë ya quenilémelië nó sir si istyalu.
Ar suv’ umunusturyan epequeriva sivyan upevatta ar, ter i illunwë sin ar alyë tari artë, acaruryan i Vinyalúmëa Quenya sina: arya ya quettarin oio sí neldemenquer anwa la ómar (ëantë etta yuchtuma lambë), et sanar yarwë tari esten sannar an i anvinyalúmië tari (ve “Vinyalerinduressë”, “Arhyeticarmë”, “Turhyuma” var “Pyuruppelissa”…).
Ayeva ya seltalenya vettucaries ar cetyat’ i taryass’ ar i vanyassë set ëo hanya yuchtyat’ anahlentya ya catumbë et Tolcien mitántuna.
Ceta arta yass’ esepusturyanyen ëa san i tanistalëo ar cuntalëo ya vechto imbë anistalë (felestaleva anistalë lá óhissa var upelaimenen venca) ar Tolcien.
Na hanya ecenturyal i Céti Coró Nomion ar istyalyë na senima sa Arundel Hlutamar umyanë arta la Tolcienëo en arta, ar entë “tuvyanë” saccar yarwë lambion na ormava ter i anistalë, et yan olleryaner “arcenyaler” var mincovyaler.
Iminuryan sin quana cuntië yanen enyë senya atsa Arundel Hlutamar ëa, ar encopin sa Tolcien inyanë lun quetië sa, na ormava, nëanë suvë sa tuvyanentë ya lamberyar ar i siruryar.
Ëa sin ilmalyav’ enófyanya orlenda ota vetta tuiav’ óhronya ve ya Italyar, ar eto lúmi alumë eñestuyuryan at’ eryav’ aneleturinen i hanya ya taret óvecyaner.
To enwa lúmi quenyan i Torendorwë Felussen, vettanen in árurya teristassi anistalëo yan hanya tercetir va Tolcien sento otturyava lambi ar sirwi emmístita “mituvyanë” to cildi yan etav’ istyanë.
Ú encopin sa Italiessë nëalu parda lurussen i orlenda anumben, nan ferívan or funuië.
I tarya nalë, ve terhlanieva, ëa: i ósenda sa antië seltin, alya sinya na san artion, nan alya ralya, hanya coluva upevandan i upenatu marda Tolciencuntaron ?
Hanya, at’ epë, tenussë tuvyuva min i ossenanda husseliva sina yáta ?
I nusastalë puita len óvilyalar !
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Su Samna e Samno in Etymologies
Se dunque, come appare chiaro, “Samna” e “Samno” sono termini legati (peraltro entrambi derivati dalla radice STAB-), va anche da sé che uno dei significati di “Samno” è proprio “Falegname”.
E se il legame fra un palo e un falegname non sembra sufficiente a giustificare la derivazione del nome del secondo dal nome del primo, la storia delle lingue classiche (che il Professore conosceva a dir poco) ci viene in soccorso: in Latino, per esempio, falegname si diceva “Tignarius”, e il termine derivava nientemeno che da “Tignum”, ossia “Trave di legno”.
Ma torniamo a noi: dobbiamo dunque concludere che “Samno” significasse in Quenya sia “Falegname” che “Fabbricante” che “Costruttore”.
Per cui, a mio modesto avviso, certo: dal fatto che in un linguaggio non si faccia distinzione fra queste tre figure, dal fatto che si usi o si possa usare un solo termine per designarle, si può dedurre un aspetto culturale.
Ossia: alcune fra le distinzioni di ruolo che il mondo moderno ha visto nascere non avrebbero avuto (o avrebbero potuto non avere) alcun senso nella civiltà Altoelfica, vuoi per via della primordialità dell’epoca in cui si colloca rispetto alla nostra (quantomeno secondo la mitologia che intendeva tracciare l’autore), vuoi per una certa poliedricità degli artigiani Eldarin.
Essere membri di un popolo versato per l’arte ad un livello almeno tre volte superiore a quello umano deve verosimilmente aver innescato poliedricità: così il costruttore di navi – viene facile pensare guardando a Círdan – doveva sovente essersi speso nella costruzione del porto per le stesse, o ancora il fabbricante di gemme – e si fa strada nella mente la figura di Celebrimbor – poteva essere al tempo stesso l’artefice degli anelli che ne sarebbero stati sede.
Tutto questo si sarebbe inevitabilmente riflesso nei nomi, nel modo di concepire ruoli, e – se ci ho visto giusto – il dizionario stesso di Tolkien lo dimostra.
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